Home > varie > un discorso magnifico

un discorso magnifico

dicembre 23, 2009

Vostre maestà, Vostra Altezze Reali, Illustri membri del Comitato norvegese del Nobel, americani e cittadini del mondo:
Ricevo questo onore con profonda gratitudine e grande umiltà. Si tratta di un premio per le nostre maggiori aspirazioni, quelle di non essere meri prigionieri del destino nonostante tutta la crudeltà e le ingiustizie del nostro mondo. Le nostre azioni fanno la differenza, hanno importanza e possono piegare la storia nella direzione della giustizia.

Tuttavia peccherei di superficialità se non prendessi consapevolmente atto della controversia che la vostra generosa decisione ha innescato. In parte ciò dipende dal fatto che sono all’inizio, non alla fine, delle mie fatiche sullo scenario internazionale. Rispetto ad alcuni dei giganti della Storia che hanno ricevuto questo premio – Schweitzer e King; Marshall e Mandela – i risultati da me ottenuti sono minimi. E poi ci sono naturalmente uomini e donne di tutto il mondo imprigionati e picchiati mentre perseguivano la giustizia, coloro che lavorano e tribolano nelle organizzazioni umanitarie per alleviare le pene di quanti soffrono; e milioni di altri esseri umani senza identità le cui azioni coraggiose e compassionevoli senza clamore ispirano anche i più incalliti e induriti dei cinici. Non posso ribattere a coloro che considerano questi uomini e queste donne – alcuni conosciuti, altri ignoti a tutti tranne che a coloro che essi aiutano – più meritevoli di me a ricevere questo premio.

Forse, però, la questione più controversa che riguarda il conferimento di questo premio proprio a me è che io sono Comandante in Capo di una nazione impegnata in ben due guerre. Una di queste guerre sta per volgere al termine. L’altra è un conflitto che l’America non ha voluto: un conflitto nel quale a noi si sono uniti altri 43 Paesi – Norvegia inclusa – nel tentativo di difendere la nostra nazione e tutte le altre da ulteriori attentati.
Malgrado tutto, siamo in guerra e io sono responsabile del dispiegamento di migliaia di giovani americani, incaricati di combattere in una terra lontana. Alcuni di loro uccideranno. Altri saranno uccisi. Pertanto sono qui, oggi, con una consapevolezza precisa di ciò che implica un conflitto armato – e sono pieno di domande e di interrogativi difficili sul rapporto tra guerra e pace, e sui nostri tentativi miranti a sostituire la prima con la seconda.
Questi interrogativi non sono nuovi. La guerra, in una forma o in un’altra, ha fatto la propria comparsa sulla Terra insieme al primo uomo. Agli albori della Storia la sua moralità non fu messa in discussione: era un semplice dato di fatto, come la siccità, o la malattia. Era soltanto il modo col quale le tribù e poi le varie civiltà perseguivano il potere, era un modo per dirimere le loro divergenze.

Col passare del tempo, a mano a mano che i gruppi hanno cercato di tenere a freno la violenza con codici e leggi, anche filosofi, uomini di fede e statisti hanno fatto il possibile per regolamentare il potere distruttivo della guerra. È così andato affermandosi il concetto di “guerra giusta”, un concetto che suggeriva che la guerra fosse giustificabile soltanto quando rispettava alcuni requisiti: se a essa si ricorreva in ultima istanza o per difendersi, se la forza utilizzata era proporzionale e se – ogniqualvolta era possibile – i civili erano risparmiati dalle violenze.

Per buona parte della Storia questo concetto di guerra giusta è stato osservato assai di rado. La capacità degli esseri umani di escogitare nuovi modi per uccidersi tra loro si è rivelata inesauribile, come pure la nostra capacità di escludere da qualsiasi gesto di pietà coloro che sembravano diversi o pregavano un Dio diverso. Le guerre tra eserciti hanno lasciato il posto alle guerre tra nazioni: guerre totali nelle quali la distinzione tra combattenti e civili è andata sempre più sfumando. Nell’arco di soli trenta anni, per ben due volte massacri simili hanno sconvolto questo continente. E se è difficile immaginare una causa più giusta di quella che ambiva a sconfiggere il Terzo Reich e le potenze dell’Asse, la seconda guerra mondiale è stata un conflitto nel quale il numero dei civili morti ha superato di gran lunga quello dei soldati morti.
Nella scia di una simile devastazione, con l’avvento dell’èra nucleare, è diventato chiaro a vincitori e vinti in egual misura che il mondo necessitava di istituzioni apposite per scongiurare il rischio di un’altra guerra mondiale. E così, un quarto di secolo dopo che il Senato degli Stati Uniti aveva respinto l’idea di una Lega delle Nazioni – idea per la quale Woodrow Wilson ricevette questo stesso premio – l’America guidò il mondo nella realizzazione di un piano e un’istituzione in grado di mantenere la pace: il Piano Marshall e le Nazioni Unite, meccanismi che hanno il controllo su come si combattono le guerre, trattati che tutelano i diritti umani, evitano i genocidi, pongono limiti e vincoli alle nostre armi più devastanti.

Io non ho qui oggi a portata di mano una soluzione definitiva ai problemi della guerra. Ciò che so per certo è che far fronte a queste minacce richiede la stessa visione, lo stesso duro impegno, la stessa determinazione di quegli uomini e quelle donne che agirono così coraggiosamente alcuni decenni fa. Richiede di pensare in modo radicalmente nuovo al concetto di guerra giusta e agli imperativi di una pace giusta.

Dobbiamo iniziare riconoscendo che l’amara verità è che non riusciremo a estinguere i conflitti violenti nell’arco delle nostre vite. Ci saranno epoche nelle quali le nazioni – agendo individualmente o in concerto tra loro – scopriranno che il ricorso alla forza è non soltanto necessario, ma anche moralmente giustificato.
Sono qui a fare queste dichiarazioni memore di quello che disse Martin Luther King in questa stessa occasione alcuni anni fa: «La violenza non poterà mai a una pace permanente. Essa non risolve alcun problema sociale, ma ne crea di nuovi e di sempre più complicati». Trovandomi qui nelle vesti di chi incarna il lavoro stesso di King durato tutta una vita, sono un testimone vivente della forza morale della non-violenza. So che non c’è nulla di debole, nulla di passivo, nulla di ingenuo in ciò che Gandhi e King hanno creduto, vissuto e professato.

Come capo di Stato, però, ho giurato di proteggere e difendere la mia nazione e non posso essere ispirato soltanto dai loro esempi. Guardo al mondo, così come esso è e non posso restare a guardare senza fare nulla contro le minacce che incombono sul popolo americano. Voglio essere chiaro, non fraintendetemi: nel mondo il male esiste. Un movimento non-violento non avrebbe potuto fermare gli eserciti di Hitler. I negoziati non avrebbero convinto i leader di al Qaeda a deporre le loro armi. Affermare che il ricorso alla forza talora è necessario non significa esortare al cinismo, ma prendere atto della Storia, delle carenze dell’essere umano e dei limiti della ragione.

Parlo di ciò perché in molti Paesi vi è una profonda ambiguità su quale debba essere l’azione militare ideale della nostra epoca, a prescindere dalle cause. Talvolta a tutto ciò si sommano sospetti sull’America, l’unica grande superpotenza al mondo.
Il mondo, però, dovrebbe ricordare che non furono soltanto le istituzioni internazionali, i trattati e le dichiarazioni a portare stabilità nel mondo del secondo dopoguerra. A prescindere dagli errori che possono aver commesso, è indiscutibile che gli Stati Uniti d’America hanno contribuito a garantire la sicurezza globale per oltre sessant’anni con il sangue dei loro cittadini e la forza delle loro armi. Il servizio e il sacrificio degli uomini e delle donne che indossano l’uniforme militare americana hanno favorito la pace e la prosperità, dalla Germania alla Corea, e hanno reso possibile che la democrazia mettesse radici in luoghi come i Balcani. Ci siamo fatti carico di questo fardello non soltanto perché cercavamo di imporre le nostre volontà: lo abbiamo fatto anche per un illuminato interesse, perché vogliamo un futuro migliore per i nostri figli e i nostri nipoti e perché crediamo che le loro vite saranno migliori se i figli e i nipoti degli altri popoli potranno vivere anch’essi in libertà e prosperità.

Ebbene sì, dunque: gli strumenti della guerra rivestono la loro importanza nel mantenimento della pace. Ebbene sì: questa verità deve convivere con un’altra: indipendentemente dalle cause e dalle giustificazioni più o meno legittime, la guerra riserva tragedie per gli esseri umani. Il coraggio e il sacrificio di un soldato sono ammantati di gloria, esprimono devozione alla sua patria, alla causa e ai commilitoni, ma la guerra di per sé non è mai gloriosa, né dovremmo cedere alla tentazione di interpretarla così.
Parte delle nostre sfide odierne consiste dunque nel cercare di riconciliare queste due verità apparentemente così irreconciliabili: la guerra è talvolta necessaria ed è in una certa qual misura un’espressione dei sentimenti umani. Concretamente, dobbiamo dirigere i nostri sforzi verso quell’impegno che il presidente Kennedy delineò tempo fa: «Cerchiamo di focalizzarci su una pace più pratica e più raggiungibile, che si basi non tanto su una repentina trasformazione radicale della natura umana, bensì su una graduale evoluzione delle istituzioni umane».
Come potrebbe essere un’evoluzione di questo tipo? Quali potrebbero essere questi progressi pratici?

Tanto per cominciare, io credo che tutte le nazioni – forti e deboli che siano – debbano aderire a standard che presiedano al ricorso della forza. Come qualsiasi altro capo di Stato io mi riservo il diritto di agire unilateralmente, se necessario, per difendere la mia nazione. Nondimeno, sono convinto che aderire a degli standard vincolanti rafforzi coloro che lo fanno e al contrario isoli e indebolisca coloro che non lo fanno.
Dopo gli attentati dell’11 settembre il mondo si è stretto intorno all’America e continua ancora adesso a sostenere il nostro impegno in Afghanistan, a causa di quegli atroci e insensati attentati e del principio riconosciuto dell’auto-difesa. Nello stesso modo, il mondo ha riconosciuto la necessità di dover affrontare Saddam Hussein quando aveva invaso il Kuwait, consenso che inviò un messaggio molto chiaro a tutti su quello che comporta aggredire un altro Paese.

Io credo che il ricorso alla forza possa essere legittimo per motivi umanitari, come accaduto nei Balcani, o in altri luoghi segnati profondamente dalla guerra. L’inazione lacera le nostre coscienze e può comportare prezzi ancora più alti da pagare in seguito. Ecco perché tutte le nazioni responsabili dovrebbero abbracciare il ruolo che gli eserciti – con mandati ben chiari e definiti – possono rivestire in tempo di pace.

L’impegno dell’America nei confronti della sicurezza globale non potrà venire mai meno né vacillare. Ma in un mondo nel quale le minacce sono sempre più diffuse e le missioni sempre più complesse, l’America non può agire da sola. Ciò vale per l’Afghanistan. Ciò vale negli stati falliti quali la Somalia, dove al terrorismo e alla pirateria si sommano carestie e sofferenze umane di ogni tipo. E purtroppo, ciò continuerà a valere ed essere vero nelle regioni instabili per anni a venire.
I leader e i soldati dei Paesi della Nato, i loro amici e alleati, dimostrano questa verità tramite la capacità e il coraggio di cui hanno dato prova in Afghanistan. Ma in molti Paesi vi è uno scarto tra gli sforzi di coloro che servono una causa e l’ambivalenza dell’opinione pubblica in generale. Capisco perché la guerra non possa essere popolare, ma so una cosa: di rado è sufficiente desiderare la pace perché essa possa essere conseguita. La pace impone di assumersi responsabilità. La pace comporta sacrificio. Ecco per quale motive la Nato continua a essere indispensabile. Ecco per quale motivo dobbiamo rafforzare i nostri contingenti di peacekeeping, delle Nazioni Unite e delle singole regioni, e non lasciare il compito di occuparsene a pochi Paesi. Ecco perché noi rendiamo omaggio a coloro che tornano a casa dalle missioni di peacekeeping e di addestramento a Oslo e Roma, a Ottawa e a Sidney, a Dhakka e a Kigali. Noi li onoriamo non perché hanno fatto la guerra, ma perché hanno portato la pace.

Vorrei aggiungere ancora qualcosa sul ricorso alla forza. Anche quando prendiamo la difficile decisione di andare in guerra, dobbiamo pensare con grande chiarezza a come combattiamo. Il Comitato del Premio Nobel ha riconosciuto questa verità conferendo il suo primo premio per la Pace a Henry Dunant, fondatore della Croce Rossa, il motore trainante all’origine delle Convenzioni di Ginevra.
Laddove il ricorso alla forza è necessario, abbiamo un interesse morale e strategico nell’attenerci strettamente ad alcune regole comportamentali. Anche quando affrontiamo un nemico crudele che non si attiene ad alcuna regola, noi crediamo che gli Stati Uniti d’America debbano rimanere modelli e portabandiera di come ci si comporta in guerra. È questo a renderci diversi da coloro che combattiamo. È da questo principio che attingiamo la nostra forza. Ed è per questo che ho vietato espressamente la tortura. È per questo motivo che ho disposto la chiusura di Guantanamo Bay. Ed è per questo motivo che ho riaffermato l’impegno americano ad attenersi alle Convenzioni di Ginevra. Quando facciamo dei compromessi con i nostri stessi ideali, gli stessi che vogliamo difendere, perdiamo la nostra identità e natura. Noi invece vogliamo onorare questi ideali, mantenendoci fedeli ad essi, non soltanto quando è facile farlo, ma anche quando è difficile.

Ho parlato finora delle questioni che dobbiamo affrontare con il cuore e con la mente quando decidiamo di fare una guerra. Ma consentitemi adesso di parlare del nostro impegno per evitare di effettuare una scelta così tragica, parlandovi di tre modi con i quali è possibile pervenire a una pace giusta e duratura.
Prima di tutto, quando abbiamo a che fare con nazioni che infrangono leggi e regole, credo che dobbiamo mettere a punto delle alternative alle violenze, che siano di per sé già sufficientemente dure e valide per modificarne il comportamento, perché se vogliamo una pace duratura, allora le parole proferite dalla comunità internazionale devono esprimere qualcosa di inequivocabile. I regimi che infrangono le leggi devono rispondere del loro operato. Le sanzioni devono essere reali ed esigere uno scotto preciso. L’intransigenza deve sposarsi a pressioni crescenti: e simili pressioni possono esserci soltanto quando il mondo agisce unito e coeso.

Un esempio urgente di ciò è lo sforzo per scongiurare il proliferare delle armi nucleari, il tentativo di delineare un mondo privo di atomiche. Alla metà del secolo scorso, le nazioni concordarono di attenersi a un trattato i cui termini erano chiari: tutte avrebbero avuto accesso all’energia nucleare a scopi pacifici. Le nazioni prive di armi nucleari vi avrebbero rinunciato. E coloro che possedevano armi nucleari si sarebbero adoperate per procedere al disarmo. Io mi sento vincolato a onorare questo trattato. È al centro stesso della mia politica estera, e sto collaborando con il presidente Medvedev per ridurre l’arsenale nucleare americano e russo.
Ma è altresì indispensabile per noi tutti pretendere che nazioni come Iran e Corea del Nord non aggirino il sistema. Coloro che affermano di rispettare le leggi internazionali non possono distogliere gli occhi quando queste leggi sono di fatto aggirate. Coloro che hanno davvero a cuore la loro stessa sicurezza non possono ignorare i rischi di una corsa agli armamenti in Medio Oriente o in Asia Orientale. Coloro che perseguono la pace non possono restarsene inerti e con le mani in mano mentre le nazioni si armano per una guerra nucleare.

Questo mi porta al secondo punto: la natura della pace che vogliamo. Pace non significa soltanto assenza di conflitto evidente: soltanto una pace giusta, che si basi su diritti e dignità di ogni individuo, è una pace veramente duratura. È stata questa illuminazione a ispirare quanti stilarono la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani all’indomani della seconda guerra mondiale. Dopo la devastazione di quel conflitto compresero che se i diritti umani non sono tutelati, la pace è una promessa senza senso.

Eppure spesso, troppo spesso, queste parole sono ignorate. In alcuni Paesi si omette di difendere i diritti umani lasciando intendere, ingiustamente, che questi sono principi occidentali, estranei alle culture locali o allo sviluppo di una nazione. E in America, c’è stata tensione a lungo tra quanti si definivano realisti o idealisti, tensione che lascia intuire che si renda obbligatoria una scelta drastica tra il miope perseguimento di interessi oppure una campagna senza fine per imporre i propri valori.
Io respingo questa scelta: io credo che la pace è instabile laddove agli esseri umani è proibito esprimersi, è tolto il diritto di parlare liberamente o venerare il Dio prescelto, sia impedito di scegliersi i propri governanti o di riunirsi senza timori per le conseguenze. Le ingiustizie e le repressioni avvelenano e sopprimere le identità religiose o tribali può condurre alla violenza. Sappiamo che è vero anche il contrario. Soltanto quando l’Europa è stata finalmente libera ha potuto finalmente trovare pace. L’America non ha mai combattuto una guerra contro una democrazia e i nostri più intimi amici sono i governi che difendono i diritti dei loro cittadini. A prescindere da quanto spietatamente siano definiti, né gli interessi dell’America né quelli del mondo intero possono essere serviti negando le aspirazioni degli esseri umani.

Quindi, anche quando rispetta la cultura e le tradizioni uniche di Paesi diversi, l’America si farà sempre portavoce di quelle aspirazioni che considera universali. Noi testimoniamo la calma dignità di riformatori quali Aung Sang Suu Kyi, il coraggio degli abitanti dello Zimbabwe che hanno votato pur rischiando le botte, le centinaia di migliaia di persone che hanno sfilato in silenzio per le strade dell’Iran. Che i leader di quei governi temano le aspirazioni del loro stesso popolo più della forza e del potere delle altre nazioni la dice lunga. È responsabilità di tutti i popoli liberi, di tutte le nazioni libere far presente a quei movimenti che la speranza e la Storia sono dalla loro parte.

Permettetemi di aggiungere anche un’altra cosa: promuovere i diritti umani non significa soltanto esortare e caldeggiare. Ogni tanto a ciò si deve aggiungere un’azione diplomatica diligente e precisa. So che impegnarsi a trattare con regimi repressivi significa privarsi della purezza appagante dell’indignazione. Ma so anche che le sanzioni che non hanno seguito, le condanne senza discussione, possono implicare un paralizzante status quo. Nessun regime repressivo può imboccare una strada nuova, a meno di avere la scelta di una via di uscita, una porta aperta.
Alla luce degli orrori commessi durante la Rivoluzione Culturale, quando Nixon incontrò Mao a tutti parve qualcosa di imperdonabile, eppure malgrado tutto di sicuro quell’incontro aiutò la Cina a scegliere una strada nuova, lungo la quale a milioni sono usciti dalla povertà e sono entrati in contatto con le società aperte. L’impegno di Papa Giovanni Paolo II in Polonia creò uno spazio giusto non soltanto per la Chiesa Cattolica, ma anche per i leader dei lavoratori come Lech Walesa. Gli sforzi di Ronald Reagan finalizzati a controllare le armi e abbracciare la perestroika non soltanto migliorarono i rapporti con l’Unione Sovietica, ma diedero potere ai dissidenti in tutta l’Europa dell’Est. Non vi è alcuna chiara formula o ricetta, ma dobbiamo cercare quanto meglio possiamo di bilanciare isolamento e impegno, pressioni e incentivi, così che i diritti umani e la dignità facciano progressi col passare del tempo.

Terzo punto che vorrei sottolineare è che una pace giusta non comporta soltanto diritti politici e civili: deve includere anche sicurezza economica ed opportunità, perché una pace vera non significa soltanto essere liberi dalla paura, ma anche liberi dalla necessità.
Indubbiamente, è vero che lo sviluppo di rado mette radici se non vi è sicurezza. Ma è altrettanto vero che la sicurezza non può esistere laddove gli esseri umani non hanno accesso in modo sufficiente al cibo, all’acqua pulita, o alle medicine di cui necessitano per sopravvivere. Sicurezza non può esservi là dove i bambini aspirano a un’istruzione decorosa o a un lavoro che dia sostegno all’intera famiglia. La mancanza di speranza può far marcire un’intera società dal di dentro.

Ecco per quale motivo aiutare gli agricoltori a dar da mangiare alla loro gente, o alle nazioni affinché educhino i bambini e curino gli ammalati non significa soltanto fare carità. Per questo stesso motivo il mondo deve essere unito per combattere il cambiamento del clima. Ormai la scienza è alquanto d’accordo che se non interverremo, dovremo far fronte a molti più episodi di carestia e siccità e emigrazione forzata di sfollati, fattori che alimenteranno molti più conflitti per decenni. Per questa ragione, non sono soltanto gli scienziati e gli attivisti a esortare a un’azione tempestiva e mirata: sono anche i capi degli apparati militari a dirlo, e molti altri che hanno capito che da ciò dipende buona parte della nostra comune sicurezza.

Aderire a questa legge d’amore è sempre stato motivo di lotta interiore per la natura umana. Siamo esseri fallibili. Commettiamo errori e cadiamo vittime di tentazioni, orgogli, potere, e spesso del male. Perfino coloro tra noi che hanno le intenzioni migliori talvolta cadono e non riescono a raddrizzare i torti che hanno sotto gli occhi.

Per credere ancora che la natura umana possa essere migliorata non occorre pensare che sia già perfetta. Non dobbiamo vivere in un mondo idealizzato per tendere verso quegli ideali che lo renderanno sicuramente un luogo migliore. La non-violenza praticata da uomini come Gandhi e King può non essere praticabile o possibile in tutte le circostanze, ma l’amore che predicarono, la fiducia nel progresso umano, devono diventare per noi la Stella Polare che guida il nostro cammino.
Se perderemo questa fede, se la liquideremo come insulsa o ingenua, se prenderemo le distanze dalle decisioni che prendiamo in termini di guerra e di pace, allora perderemo ciò che l’umanità ha di meglio in assoluto. Perderemo il nostro senso del possibile. Perderemo la nostra bussola morale.

Come le generazioni hanno già fatto prima di noi, dobbiamo respingere quel futuro. Come disse Martin Luther King in questa stessa occasione molti anni fa, “Rifiuto di accettare la disperazione quale responso finale alle ambiguità della storia. Rifiuto di accettare l’idea che l’egocentrismo della natura dell’uomo lo renda moralmente incapace di aspirare all’eterna possibilità e apertura verso gli altri con cui da sempre si confronta”.
Pertanto, cerchiamo di adoperarci per quel mondo così come esso dovrebbe essere, quella scintilla di divino che ancora commuove nel profondo ciascuna delle nostre anime. Da qualche parte, oggi, proprio in questo momento, un soldato sa di essere sovrastato numericamente, ma resta saldo al suo posto per mantenere la pace. Da qualche parte, oggi, in questo mondo, un giovane manifestante sa che su di lui incombe la brutalità del suo governo, ma ha il coraggio di continuare a marciare. Da qualche parte, oggi, una madre che deve affrontare un’avvilente povertà trova ancora il tempo di insegnare qualcosa al proprio figlio, credendo che un mondo crudele non debba avere spazio nei suoi sogni.

Cerchiamo di vivere seguendo i loro esempi. Possiamo riconoscere che l’oppressione sarà sempre con noi, ma adoperiamoci per la giustizia. Possiamo riconoscere che è impossibile affrontare la depravazione, ma adoperiamoci per far vincere la dignità. Possiamo comprendere che ci saranno sempre guerre, ma adoperiamoci per la pace. Possiamo fare tutte queste cose, perché questa è la storia del progresso umano. Questa è la speranza del nostro mondo. E in questo momento di sfide e pericoli questo è il nostro lavoro, qui sulla Terra.

Categorie:varie