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algoritmo della paura

maggio 26, 2010

Alberto cercò di spiegare tutto quello che sapeva del progetto, tralasciando il più possibile i dettagli tecnici. Non era mai stato direttamente coinvolto dai professori, ma a volte si era visto affidare dei lavori marginali, che aveva svolto senza sapere a cosa servissero. Visto però che gran parte degli sviluppi erano stati fatti nella rete dell’università non gli era stato difficile entrare di nascosto negli archivi dove la maggior parte dell’opera era custodita e farsi una precisa idea di cosa fosse.

“Anche dopo il coinvolgimento di Tasante per la parte relativa alla comunicazione artificiale, si trattava ancora semplicemente di un progetto universitario” spiegò “Il motivo per cui veniva usato un basso profilo era che, in modo più o meno esplicito, era rivolto a violare la privacy degli utenti internet e questo avrebbe potuto generare fastidi. Loro stessi però non la vedevano così, era un puro lavoro di datamining su una quantità di dati molto, molto vasta. Un’occasione di applicare algoritmi innovativi su un’ambiente oggettivamente ostile”

“Quindi in pratica” cercò di chiarirsi le idee Manuele “fabbricavano bot che avevano il compito di fare più amicizie possibili e acquisire dati sugli utenti con cui entravano in contatto”

“Esattamente” confermò Alberto. Poi si rivolse a Alessia “Ho visto, per esempio, che Marco T. è diventato amico di tutti i tuoi amici più stretti”

“Si.” disse lei con un brivido “Lo ho interpretato come una forma di persecuzione o un tentativo di avere maggior controllo su di me”

“Niente di tutto questo. Marco T. ha semplicemente avviato su di te una ricerca di clique. In pratica ha cercato di tracciare, all’interno di tutti i tuoi contatti, la forma del nucleo delle tue amicizie principali, con cui hai maggiori rapporti. Purtroppo questa parte riguarda le sue funzioni automatiche, non quello che ho deciso di lui. Ha avviato l’attività a prescindere dal fatto che tu sei uno dei dodici giocatori”

Il sogno dei nani che estraevano clique non era mia completamente sparito dalla testa di Alessia. In quel momento immaginò la sua faccia dipinta sulle rocce che picconavano. Anche se la spiegazione dello Stregone era rassicurante, la cosa non la tranquillizzava. Le sembrava comunque una violazione della sua intimità, come il diffondersi di una malattia sgradevole. “Ok, quindi raccolgono i dati… e dopo?”

“La fase due del progetto riguarda lo sfruttaento dei dati per… perturbare la rete e influenzare i suo comportamento. Convincerla di qualcosa, spargere un’idea”

“Pubblicità virale definitiva” sancì Manuele “come quando si simula un passaparola dal basso che è invece orchestrato dalla grande industria. Solo che spesso la pubblicità virale finisce col rendersi nota o quantomeno è riconoscibile, mentre qui parliamo di un attacco su vasta scala con mezzi non convenzionali. Probabilmente dieci volte più devastante”

A quelle parole Alberto apparve a disagio, un po’ come quando aveva spiegato a Alessia i suoi criteri di ricerca. Sembrava ci fosse qualcosa che aveva difficoltà a dire. “Già…” si limitò a dire.

Alessia lo incalzò. Ormai cominciava a capirlo, un po’ come capiva Manuele. In realtà si era convinta di essere diventata una specie di sociologa per nerd, un po’ come quegli scienziati che arrivano a dialogare con i gorilla. “Verremo quindi convinti a… comprare un certo paio di scarpe? O a bere una certa bibita?”

“In realtà” si fece forza l’assistente universitario “il loro progetto, degenerando, è diventato più ambizioso”

“Ambizioso in che senso?”

“Creazione di uno stato costante di tensione e allarme generalizzato”

Manuele fischiò, impressionato, Alessia deglutì.

“Loro lo chiamano algoritmo della paura”

tnx to [http://emme.blog.kataweb.it/2010/05/19/the-clique-37-algoritmo-della-paura]

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